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16/11/2017

Giornalisti in piazza il 22 novembre: non è “una questione privata”…

Il segretario Tallia: "Informazione, pilastro della democrazia. Sarà bene che di questo traballante pilastro qualcuno si occupi"

Mentre nelle sale cinematografiche un film di successo ispirato a un romanzo sul quale si sono formate generazioni di italiani ci ricorda quanto la democrazia sia un bene da non considerare mai scontato, crescono nella società le preoccupazioni per le libertà, prima fra tutte quella di stampa.
L’aggressione alla troupe Rai avvenuta ad Ostia non è che la punta di un iceberg fatto di intimidazioni e violenze quotidiane, spesso sottovalutate. E’ lo stesso clima che hanno respirato i colleghi che hanno indagato sulle connessioni tra la malavita e le curve degli stadi o sulle infiltrazioni della criminalità al nord. Senza parlare delle decine di giornalisti costretti a vivere sotto scorta.
Allarmano gli episodi, ma allarma ancor di più il clima diffuso nel paese secondo il quale il giornalista che va alla ricerca della verità non è più il “cane da guardia della democrazia” ma un semplice ficcanaso. Da questo punto di vista, più ancora dell’aggressione, hanno fatto male le parole raccolte sul litorale laziale tra i tanti che hanno giustificato la violenza contro i giornalisti.
Altrove, anche in paesi considerati democratici come Malta, si è arrivati alle bombe, mentre in nazioni come l’Ungheria e la Polonia vengono approvate leggi che limitano la libertà di stampa nel silenzio distratto del continente. La libertà di informazione non sembra più rientrare tra i parametri richiesti per far parte della famiglia europea.
E questi non sono che i pericoli più evidenti, ma altri non sono meno minacciosi.
C’è un utilizzo sempre più disinvolto delle querele temerarie.  
Ci sono le centinaia di giornalisti costretti a trattamenti economici indecorosi nonostante una legge approvata dal Parlamento stabilisca il diritto a un equo compenso per i giornalisti.
Ci sono le redazioni all’interno delle quali la crisi ha diffuso la legittima paura di perdere l’occupazione, una paura che porta talvolta ad accettare ricatti sulle condizioni di vita e di lavoro.
In una situazione di questo genere i segnali di attenzione arrivati dalle istituzioni sono stati troppo flebili. A livello regionale la richiesta avanzata dai tutti i sindacati per una nuova legge sull’editoria è rimasta lettera morta e nel frattempo l’emittenza radiotelevisiva è stata pressoché azzerata, mentre l’editoria locale vive una situazione sempre più difficile.
A livello nazionale le uniche risorse destinate al settore sono servite per finanziare l’uscita anticipata dei colleghi senza che a questo corrispondessero nuove entrate. Anzi, proprio i prepensionamenti sono stati il pretesto per aumentare la schiera dei precari.
La scelta della Federazione della Stampa e dell’Ordine dei Giornalisti di scendere in piazza il 22 novembre è, quindi, inevitabile; è il tentativo estremo di rendere pubblico un disagio che sarebbe riduttivo circoscrivere ad una categoria.
I problemi del mondo dell’informazione non sono appunto una questione privata, che interessa soltanto gli addetti ai lavori, ma riguardano un settore che è un pilastro della democrazia. E sarà bene che di questo traballante pilastro qualcuno si occupi, prima che non restino che le macerie da raccogliere.

Stefano Tallia, Segretario Associazione Stampa Subalpina   

 

Manifestazione il 22 novembre a Roma, vedi qui
 

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